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domenica 25 settembre 2011

Hai visto com'è bello il cielo?

Vi ricordate il racconto intitolato "Il mio nome è Gustavo"? Bene, quello era incentrato sul gusto, mentre questo sulla vista. Ho in progetto di scrivere in tutto cinque racconti, uno per ognuno dei 5 sensi. Al momento ho solo questi due, ma prima o poi concluderò. Nel frattempo chiedo un piccolo favore a chi mi leggerà entrambi i racconti. Devo sceglierne uno da mandare ad un concorso (non ci sono indicazioni sul tema del racconto). Secondo voi qual è il migliore tra i due? Grazie mille per aver letto e per avermi dato il vostro parere! Buona lettura!

"Ehi, Mirella! Hai visto com'è bello il cielo?"
"Sì..."
"Non hai visto quanto è blu oggi? E non c'è nemmeno una nuvola!"
"Già..."
"Dai, Mirella, alza lo sguardo!"
Sapevo già cosa avrei visto. Preferivo continuare a fissare lo sguardo per terra.
"Insomma, Mirella, ti devo sollevare la testa a forza?"
"Ehi, ehi, lasciami! D'accordo, lo guardo...ecco! Sei contento, ora? Che seccatura..."
"Mirella, ma...come può essere una seccatura il cielo?"
"E' sempre lì, piatto e uguale. Cos'ha di così entusiasmante?"
"Piatto? Ma, Mirella...hai visto il blu quanto è intenso qui in montagna?"
Ecco il problema.
"No, non l'ho visto..."
"Dai, Mirella, non fare la spiritosa, come puoi non vederlo?"
"Non l'ho visto, punto"
Volevo sparire.
"Ma non noti la differenza col cielo di città?"
"Appena appena..."
"Ma, Mirella, c'è una differenza abissale!"
Forse per te, ma io...
"Mirella, ma...cos'hai? Sembri triste"
"Un po'..."
Finalmente se ne accorge.
"Non hai voglia di stare qui?"
"Sì che ne ho voglia"
"Allora cos'è? Ah, aspetta...hai le tue...insomma...hai capito?"
"No! Non ho le mie cose"
"Meno male...allora cos'hai? Su, parla"
Non mi capirebbe.
"Niente, dai, lascia perdere. Miei pensieri..."
"Eh, no, Mirella. Finché non mi dici perché sei triste, io insisto"
Che palle!
"Luca, per favore, non ho voglia di parlarne, ok?"
"Ma siamo amici da anni, ormai. Confidati un po'"
"E dovrei farlo proprio con te?"
"E perché non dovresti?"
"Ma...ti sei visto?"
Mi piace prenderlo in giro, mi tira un po' su di morale.
"No...evito gli specchi. Sai, no...romperli porta sfiga..."
"Ma smettila!"
"Oh, finalmente sorridi un po'!"
E' vero.
"Dai, Mirella! Che ti costa?"
"Ma lo sai che sei un gran rompi? Farti i fatti tuoi proprio no, eh?"
"Beh, mi conosci, no? Sono curioso"
E un po' ficcanaso.
"Se non vuoi dirmi perché sei triste almeno spiegami perché questo cielo non ti entusiasma!"
E' proprio quello il problema.
"Non mi entusiasma e basta. Che c'è da spiegare?"
"Eh, no, non me la dai a bere. Adesso ci sdraiamo e guardiamo il cielo"
Guarda cosa mi fa fare!
"Eccomi sdraiata, e ora?"
"Adesso, Mirella, chiudi gli occhi e fai un bel respiro"
Che secatura. Respiriamo a fondo, se no mi rompe di più.
"Bene, ora pensa al cielo"
"E poi?"
"Ma ci stai pensando?"
"Ma cosa vuoi che pensi? La distesa del cielo sempre monotona e uguale?"
"Allora non stai pensando al cielo!"
Eccolo che ricomincia!
"E cosa starei pensando?"
"Stai pensando la tua tristezza"
Zac! Una freccia ha fatto centro.

Silenzio.

"Ci hai pensato?"
"Come?"
"Mirella, hai pensato al cielo?"
"Sì...no...più o meno..."
"Allora, facciamo una cosa per volta...lenta come sei..."
Idiota...
"Ahio, Mirella! Le pacche fan male!"
"Te la meriti..."
"Va beh...chiudi di nuovo gli occhi"
"Fatto..."
"E non sospirare!"
"D'accordo, d'accordo"
"Rifai il respiro"
Ancora con questi respiri.
"Bene, ora immagina il blu del cielo"
Fosse facile.
"Immagina lo spazio immenso e aperto del cielo"
Questo è un po' più semplice.
"E ora pensa i confini del cielo"
"I confini?"
"Ah, ma allora immagini davvero!"
"Certo che lo faccio, ne dubitavi?"
"Un po'..."
"Ah, non ti fidi di me?"
"Beh..."
"Perché ci metti tanto a rispondere?"
"Dai, scherzo! Sì che mi fido"
Che bel sorriso.
"Comunque, Mirella, pensa ai confini del cielo"
"Quali confini? L'unico è il suolo, per il resto si estende all'infinitp!"
"E non è incredibile?
"Beh..."
Sì.
"Ma tu rimani triste Mirella lo vedo dai tuoi occhi"
Eccolo che torna alla carica.
"Mirella?"
"Sì?"
"Ti piacerebbe poter volare nel cielo? Libera e senza pensieri?"
"Voolare, oh-oh!"
"No, sul serio!"
"E da quando fai il serio?"
"Insomma, Mirella, ogni tanto anche io dico cose intelligenti. Ogni tanto..."
"Giusto ogni tanto, eh?"
"Hai sorriso di nuovo!"
Già, glielo devo riconoscere.
"Comunque Luca, non so se mi piacerebbe volare...e tu?"
Adesso dirà di sì e inizierà a parlarmi di nuovo del cielo, ci scommetto.
"Sai Mirella...no. Non vorrei volare"
Oh...ha detto no.
"Avresti paura, eh?"
"No, non è per quello"
Che tono serio che ha.
"Perché, allora?"
"Il bello è qui, è giù tutto vicino a me"
"Che paroloni! Come sei profondo, oggi"
"Beh...sarà la montagna..."
Sembra imbarazzato.
"Poi l'idea di volare via mi sembra quasi un fuggire dai problemi, non credi Mirella?"
"Se è così allora a volte vorrei davvero volare!"
"Ah sì?"
Sì...anche adesso sai?"
"Sono a tal punto una pessima compagnia?"
"Come? Oh, no, no, non per te"
"E come mai, allora?"
"A volte ci sono cose che pesano e che non puoi abbandonare o cambiare"
"Come no? Tutto può cambiare!"
"Tutto?"
"Tutto, ne sono convinto"
Ecco che fa la sua scena.
"Allora ti metto alla prova"
"Prego!"
"Come faresti a cambiare, ad esempio...la tua altezza!"
"Facile! Andrei in mezzo a persone più alte o più basse di me"
"Questa sì che è bella!"
"Ridi, ridi, intanto ho ragione"
"Oddio...mi vengono le lacrime dal ridere..."

Risate e poi silenzio.

"Allora, Mirella, ora ti dimostro che la mia altezza cambierebbe"
"Ok, ti ascolto"
"Prendi una persona più bassa di me"
"Ce l'hai di fronte"
"Bene. Io sono alto o basso?"
"Tra noi due sei più alto"
"Benissimo. Mettimi accanto a uno più alto di me...non so...Daniele, ad esempio"
"Beh, in questo caso saresti più basso"
"Esatto!"
"Sì, ma la tua altezza è la stessa, non l'hai cambiata!"
"Invece sì, in relazione a loro è o non è cambiata?"
"Sì, ma..."
"Mirella, sono due punti di vista diversi. Se non ti piace uno, guarda dall'altro no?"
Però! Che idea interessante.
"Ti ho vontinta?"
"Più o meno...mi sembra solo un gioco di parole..."
"Se ti convinci che la situazione è diversa, fidati, non rimane solo un gioco di parole"
Come faccio a convincermi?
"Ma...scusa...come fai a cambiare punto di vista?"
"Dipende! In che situazione?"
"Beh..."
Mi sta incastrando.
"Non so...ah, ecco!"
"Cosa?"
"Ad esempio un malato che vede tutto negativamente"
"Difficile. Che tipo di malattia?"
"Boh...qualsiasi?"
"Beh...se ha semplicemente la febbre è facile"
"Allora diciamo una malattia che dura per sempre"
"Tipo?"
"Tipo...diabete?"
"Beh...penso che bisognerebbe vedere i lati positivi"
"Che lati positivi vuoi avere in una malattia?"
Ecco che il suo argomento crolla.
"Beh, immagino che i parenti e gli amici gli presterebbero molta attenzione"
"Sai che consolazione..."
"Non si ingrassa perché si evitano dolci!"
"Dai, non scherzare! Non è mica così semplice!"
"Va bene, lo ammetto...non lo so...però..."
"Però?"
"Però sono sicuro che c'è modo di cambiare il proprio punto di vista anche in quella situazione!"
Eccolo di nuovo a ribadire la sua idea.
"Ma...posso farti una domanda?"
"Sentiamo..."
Cosa vorrà sapere adesso?
"Perché mi hai fatto proprio questo esempio?"
Zac! Una seconda freccia ha colpito il bersaglio.

Silenzio.

"Scusa, Mirella, se non vuoi rispondere lascia perdere, non fa niente"
E' insistente, ma sa anche essere gentile.
"Beh...secondo te perché te l'ho chiesto?"
"Oddio!"
"Cosa?"
"Hai il diabete!"
"No, idiota!"
Cretino.
"Meno male...ma...non è che..."
"Cosa?"
"Sì...cioè...non è che...insomma...sei malata?"
Cosa gli dico adesso?
"Sospiri...ho colto nel segno?"
"Beh...diciamo di sì..."
"Mirella, davvero? E' qualcosa di grave?"
"Sì...sono malata terminalmente..."
"Mirella..."
"No, scherzo! Sto bene! Non fare quella faccia da funerale"
"Mirella! Non dire mai più cose del genere. Non si scherza su certe cose"
Però! L'ho spaventato veramente. Sembra che ci tenga a me.
"E cos'hai, in realtà?"
"Non l'ho mai detto a nessuno, ma...sono daltonica"
"Daltonica?"
"Sì, quando vedi alcuni colori al posto di altri"
"Sì, sì, so cosa vuol dire...ma...veramente?"
"Già"
"Quindi..."
"Quindi il tuo cielo blu, per me è rosso"
"Rosso?"
"Sì, tutto tutto rosso. Il blu proprio non lo vedo"
"Ma...ma..."
E' terribile?
"E' una figata!"
"Che?"
Devo aver sentito male.
"E' fantastico" E' incredibile!"
Mi prendi anche per il culo?"
"No, no scusami Mirella, non voglio prenderti in giro, sul serio"
"troppo tardi..."
Che pezzo di...
"Mirella, ma ti rendi conto: tu vedi il mondo come nessun altro lo vede. Sei unica!"
"E secondo te io sono contenta di non vedere il blu e di essere l'unica, cioè l'anormale?"
"Anormale? E chi te lo dice?"
"Tutti vedono in un modo e io in un altro: secondo te chi è normale? Io o tutti gli altri?"
Dio, quanto mi sta facendo infuriare!
"Tu e gli altri!"
"Gran bella risposta!"
"Mirella, non sto facendo dell'ironia, davvero"
"Sì, come no!"
"Pensaci un secondo. E se fossi tu quella che vede il mondo com'è davvero e fossimo noi i malati?"
"Sì, come no..."
"Perché non potrebbe essere così, pensaci!"
"Perché la mia è una disfunzione!"
"Forse, ma forse è un dono per te. Tu sei speciale e puoi guardare il mondo in modo unico!"
"Vorrei guardarlo come tutti il mondo!"
"Mirella, non piangere"

Lacrime. Abbraccio e silenzio.

"Se incontri un genio pensi che sia anormale?"
"No..."
"Perché allora non può essere lo stesso anche per te?"
"Perché vedendo il cielo rosso io non divento eccezionale come un genio"
"E' qui che ti sbagli! Hai una posizione unica!"
"Questo è vero, ma ciò non la rende desiderabile"
"Forse, ma dal momento che la possiedi perché non farne un tuo privilegio?"
"Fosse facile..."
"Io sto provando ad immaginare il cielo rosso...ma proprio non ci riesco, sai?"
"E io vorrei immaginarlo blu, ma non ci riesco..."
Mi torna da piangere...
"Visto che siamo uguali Mirella?"

Sorriso.

"Com'è il tuo cielo rosso, come lo vedi?"
"E' un cielo che sembra non far luce"
"In che senso?"
"Le nuvole e il sole, a volte sembrano perdersi nel rossore"
"E poi?"
"Quando c'è lo smog in città prende un colore davvero triste"
"Succede lo stesso col blu"
"Qui in montagna, però, è davvero limpido: è sorprendente!"
"Sì...lo guarderesti per ore!"
"Adesso che lo guardo lo trovo davvero profondo...quasi non lo riconosco"
"Il cielo è un mistero meraviglioso, non credi?"
"Sì...è lì, così vicino e così lontano"
"Non credi che sia un po' come noi due?"
"In che senso?"
"Non ti sembra solo?"
"Sì...a volte sì"
"Così vasto che a volte vorresti riempirlo"
"Già"
"Così grande e profondo da dare le vertigini, ma al tempo stesso da affascinare"
"Hai ragione...ma perché sarebbe come noi due?"
"Io mi sento solo a volte..."
E' arrossito.
"Anche io..."
"E poi, ti è mai capitato Mirella, di sentirti grande e vuota al tempo stesso?"
"Spessissimo"
"Ti guardi mai dentro provando le vertigini per quello che trovi?"
"Sì, anche se non riesco mai a smettere di continuare a guardare"
"Esatto..."

Abbraccio e silenzio. Sorrisi.

"Luca, tu cosa vedi quando ti guardi dentro?"
"All'inizio sembra tutto buio e mi sento vacillare"
"Allora distogli lo sguardo?"
"No, si accende una luce e tutto diventa rosso"

Silenzio.

"E tu, Mirella?"
"Anche io sento le vertigini e ho spesso voglia di smettere di guardare"
"E lo fai o continui?"
"E' troppo affascinante per smettere"
"E come fai per le vertigini?"
"Ad un certo punto anche da me si accende una luce e tutto si colora"
"Di che colore diventa?"
"Blu"

giovedì 26 maggio 2011

Il mio nome è Gustavo (quinta parte)

Dopo alcuni minuti, finalmente, capii tutto. Le luci si spensero e un faro si accese, illuminando il proprietario del ristorante. Aveva un microfono in mano e cominciò a dire: "Signore e signori, benvenuti questa sera alla decima edizione del concorso "Assaggia la critica"! Al tavolo centrale abbiamo l'onore di accogliere i nostri ospiti, aspiranti critici. Abbiamo preparato per l'occasione un menù davvero speciale. A fine cena, i nostri concorrenti avranno a disposizione un tavolo a testa per elaborare una critica sulla cena che sarà loro servita. Gli scritti saranno raccolti e valutati da una giuria, composta da me e da alcuni membri di una nota rivista culinaria. Il premio, ve lo ricordo, è la possibilità di essere assunti dalla rivista come critici. Bene...signore e signori, è l'ora dell'antipasto!"
L'intervento venne accolto con un caloroso applauso, al cui suono vennero riaccese le luci. Arrivarono poi i camerieri con la prima portata. Iniziava così la serata.
Io, nel frattempo, nonostante la fame e il piatto davanti a me, ero sbalordito. Una gara per critici culinari? Io? Io che ero senza gusto? Sembrava una presa in giro! Mi voltai verso Eleonora e le chiesi delle spiegazioni.
"Senti...ho ripensato molto a quello che mi hai detto. Il tuo giudizio sulla torta è stato davvero impeccabile. Rimangiandola ho dato pienamente ragione alla tua critica. I primi giorni non sai quanto mi sono depressa rendendomi conto che come cuoca facevo davvero schifo! Poi, però, ripensando a te e a questa tua...particolarità...mi è venuto in mente questo concorso, a cui non avevo mai partecipato, non sentendomi all'altezza. Mi sono detta che io e te, insieme, avremmo potuto scrivere un'ottima critica: tu descrivendo la consistenza, l'aroma, la forma e quelle cose a cui io praticamente non faccio caso, mentre io mi posso limitare al sapore! Che ne dici: non ti sembra una bella idea?"
"Beh...innanzitutto, perché non mi hai chiesto niente? Secondo: e se io non volessi fare il critico culinario? Terzo...senza offesa...se non sei brava come cuoca, come pensi di saper scrivere una bella critica?" le chiesi.
"E' vero che come cuoca sono pessima, però ti posso assicurare che quando si tratta di assaggiare non c'è sapore o ingrediente che mi sfugga! Per quanto riguarda le prime due domande...beh...tu mi hai detto che avresti fatto qualsiasi cosa per ringraziarmi, così ho pensato che..."
Sul momento decisi di non risponderle e di fingermi arrabbiato. Cominciai così a mangiare, senza farle capire che in realtà stavo attentamente masticando e valutando la qualità e la consistenza della pietanza.
Eleonora, però, sembrò prenderla male. Si demoralizzò e cominciò a mangiare controvoglia, senza prestare attenzione a ciò che mangiava. Vedendola in quello stato, non resistetti più e le dissi: "Senti...è vero che ti ho detto che avrei fatto qualsiasi cosa...è anche vero, però, che praticamente non ci conosciamo e adesso, quasi dal nulla, stiamo per iniziare qualcosa che sembra più grande di noi. Facciamo così: ripartiamo da zero".
"Cioè?" chiese Eleonora.
"Piacere, Gustavo" le dissi con un bel sorriso.
"Eh?"
"Sto facendo ciò che non ho fatto prima: mi presento, così ripartiamo da zero". Siccome continuava a non dire nulla, la esortai: "E tu? Come ti chiami?"
"Io...io sono Eleonora..." rispose, come spaesata.
Iniziammo così a parlare, o, meglio, io iniziai a parlare. Lei mi ascoltava e mi rispondeva a monosillabi. Lentamente, però, cominciò a sentirsi a suo agio, finché non iniziò anche lei a parlare.
"...e lavoro in un supermercato. Non è un gran lavoro...infatti avevo voglia di dare una svolta alla mia vita, sai? E...adesso...questa sera...me ne stai dando l'occasione...vediamo di non farcela sfuggire, eh?" le dissi ad un certo punto, sorridendole.
Eleonora fu come ridestata da queste parole. Le tornò la voglia di vincere e partecipare e, soprattutto la voglia di assaggiare il cibo davanti a noi.
Da quel momento cominciò fra noi una stupenda intesa. Ognuno assaggiava ed esprimeva il suo giudizio. Lei sugli ingredienti e il loro sapore, mentre io sulla forma della pietanza. Eravamo una coppia davvero incredibile!
A fine serata, soli al tavolo, cominciammo a scrivere una critica alla cena. Ne elogiammo diversi aspetti, mettendo in luce le qualità di alcune portate, nella freschezza dei sapori e degli aromi, mentre criticammo la consistenza e la coesione di alcune portate.
I particolari che criticammo, ovviamente, possono essere ritenuti trascurabili, in quanto non andavano a danneggiare la qualità complessiva della pietanza, ma decidemmo di essere spietati ed estremamente particolareggiati, così da mettere in mostra la nostra capacità di analisi e di critica.
Insomma, fu una della serate più belle della mia vita! Ero in compagnia della ragazza più stupenda che avessi mai conosciuto e avevo l'opportunità di dare una svolta alla mia vita!
La serata terminò con la consegna dei nostri scritti: avremmo solo dovuto aspettare il risultato. Ci dissero che li avrebbero comunicati dopo una settimana. E oggi, è esattamente passata una settimana. Io ed Eleonora stiamo andando al ristorante, per sapere il risultato.
In questa settimana ci siamo conosciuti meglio. Dopo quella cena, davanti alla porta di casa, ci siamo scambiati il nostro primo bacio.
Nei giorni successivi abbiamo quasi sempre mangiato insieme. Eleonora, anche se non è una cuoca eccezionale, per me è comunque molto brava. Ad esclusione dei dolci: quelli sono il suo tallone d'Achille!
Tra di noi, ci siamo detti che anche se non vincessimo, saremmo comunque contenti. Infatti è stata quella serata che ci ha uniti, e non sarà certo la sconfitta che ci dividerà. Volevo una svolta nella mia vita, e forse pensavo di riceverla da quel concorso. Adesso, però, quella svolta, penso di averla già imboccata, e, lasciatemelo dire, ha un sapore inconfondibile: il sapore della vita!

Fine

martedì 24 maggio 2011

Il mio nome è Gustavo (quarta parte)

Quando lei mi aprì timidamente, io, col mio entusiasmo, la travolsi! Cominciai a raccontarle tutto, riversandole, come un fiume in piena, tutte le mie considerazioni e rivelazioni appena avute.
Eleonora non capiva, cercava di fermarmi, di pormi un freno, di capire, ma ero troppo eccitato per ascoltarla. Proseguivo senza neanche rendermi conto di cosa stavo dicendo! Alla fine, quando mi calmai, lei mi disse: "Non ho capito praticamente nulla di quello che mi hai detto...la torta...ti è piaciuta o no?"
Io scoppiai a ridere a questa domanda. Poi le dissi: "Devi sapere una cosa: io, sin dalla nascita, non ho il senso del gusto. No, non ti preoccupare, non è così terribile" la rassicurai, vedendo la sua faccia sconvolta a questa mia rivelazione. "Fino a poco fa, mangiavo di tutto, non potendo assaporare nulla. Quando mi hai dato la tua torta, però, ho cercato un modo per esprimerti un giudizio sincero. Ho così mangiato il tuo dolce facendo attenzione alle sensazioni che provavo, sperimentando così qualcosa di nuovo! Mi sono accorto di cose che avevo sempre percepito ma a cui non avevo mai fatto caso: la consistenza, la forma, l'odore, l'aspetto...e tutto quello che non passa per il gusto! E in questo modo, ho capito una cosa."
"Cosa?" riuscì a chiedere Eleonora che ancora non sapeva se credermi.
"La tua torta non mi è piaciuta tanto. Si sbriciola, ha una forma incerta, l'odore del cacao non è molto intenso, si mastica male e lascia la bocca legata."
"Allora non ti è piaciuta?" mi chiese la ragazza appena le descrissi queste mie sensazioni.
"Sì, ma non è questo il punto! Senza la tua torta non avrei mai scoperto tutto questo! Mi capisci? Posso finalmente dire che una pietanza mi piace e un'altra no! Grazie mille! Voglio sdebitarmi: chiedimi qualsiasi cosa!"
Eh, già! Le dissi proprio così. Non so cosa mi prese in quel momento. Era come se non avessi più alcuna inibizione. Eleonora, però, non condivideva il mio entusiasmo. Non mi credette, infatti, e mi cacciò fuori dal suo appartamento, urlandomi che non c'era bisogno di inventare certe storie assurde per dire he la torta non mi era piaciuta. Cercai di ribattere, ma non me ne diede il tempo, sbattendomi la porta in faccia.
L'eccitazione, lentamente, scemò, fino a lasciarmi una grande amarezza. Avevo l'impressione di aver già perso tutto. Speravo, infatti, che Eleonora mi avesse capito e speravo che potesse essere l'inizio per una conoscenza e, chissà, magari una storia.
In quei giorni, però, non si fece vedere, e le mie speranze sembravano destinate a morire. Passai una settimana lavorando svogliatamente, saltando diverse volte i pasti, buttandomi sul letto senza far nulla.
Un giorno, però, suonò il campanello. In me si riaccese la speranza che fosse lei. Aprii così la porta, ma non vi trovai nessuno. Guardai nel corridoio, ma era vuoto. Finalmente abbassai lo sguardo e vidi una busta.
La raccolsi: non riportava nessun nome. La aprii e vi trovai un breve messaggio di Eleonora. Ero piacevolmente sorpreso! C'era scritto di farmi trovare il giorno dopo a cena in un tal ristorante, vestito elegante, per le otto di sera. Mi stava forse invitando a cena? Forse per chiedermi scusa?
Non riuscivo a capire, però decisi, senza pensarci due volte, di andare all'appuntamento. Iniziò così una lunga attesa fino al giorno successivo. Non stavo più nella pelle! Mi chiedevo che cosa sarebbe successo, che cosa mi aspettava, che cosa mi avrebbe detto. Più ci pensavo, poi, più mi preoccupavo!
Finalmente, dopo un'attesa che mi sembrò interminabile, arrivò la sera. Arrivai là con leggero anticipo. Rimasi fuori dal ristorante ad aspettare. Verso le otto, ancora non si vedeva. Passarono cinque minuti e di Eleonora nessuna traccia. Dieci minuti...quindici e ancora niente. Ero terrorizzato: mi aveva forse preso in giro?
Per fortuna mi sbagliavo e sentii una mano sulla spalla: era lei! "Cosa ci fai qui fuori? Dai, entra: siamo in ritardo!" disse con tono sbrigativo.
"Ah...ma...io..." cominciai a dire per giustificarmi.
"Niente scuse. Muoviti" mi ordinò. Notai in quelle parole una certa rigidità nel tono e nei movimenti, come non fossero spontanei e naturali.
"D'accordo" mi limitai a risponderle, non osando ribattere.
Mi portò dentro il ristorante, facendomi sedere ad un tavolo, al centro del salone, in una tavolata molto lunga, in comune con numerose altre persone. Non capivo perché dovessimo sedere vicino a persone che neanche conoscevamo (o almeno io non conoscevo) e in più in mezzo alla sala, al centro dell'attenzione.
Volevo domandarlo a Eleonora, ma non riuscii a trovare il momento per chiedere nulla, siccome lei cercava in ogni modo di sfuggire al mio sguardo. O guardava dentro la borsetta, o fingeva di guardare il cellulare, o si guardava attorno, o si alzava come se volesse controllare qualcosa, per poi tornare e continuare ad ignorarmi.
Io non potei fare altro che pazientare. Nel frattempo mi chiedevo dove fosse il menù, e mi chiedevo perché nessuno ci venisse a servire. La cosa più strana, però, era l'atmosfera di attesa. Gli occhi erano puntati sul nostro tavolo e tutti aspettavano qualcosa. Ma cosa?

Continua con la conclusione...

domenica 22 maggio 2011

Il mio nome è Gustavo (terza parte)

Andai a sedere in cucina, e scoprii il contenuto del piatto. C'era una fetta di torta al cioccolato. L'aspetto non era dei migliori, lo devo ammettere. Tendeva a sbrciolarsi, e non sembrava ben coesa. Tentai, infatti, di prenderla in mano, ma si staccò in due pezzi. Presi così un cucchiaino.
Raccolsi un pezzo sulla posata e me la avvicinai agli occhi. Il colore non era così intenso come altre torte al cioccolato che avevo visto. "Forse non ha messo abbastanza cacao", pensai.
Poi, misi in bocca il cucchiaino e cominciai a masticare. La consistenza era davvero particolare. Tendeva a sbriciolarsi, dando poca soddisfazione: non la si riusciva, infatti, a masticare, perché tendeva a infilarsi tra i denti. Oltretutto, mi trovai con la bocca leggermente impastata, per cui la lingua non riusciva a scorrere sui denti, che sembravano diventati ruvidi.
Continuai comunque a mangiarla. Più andavo avanti, però, più mi convincevo che c'era qualcosa che non andava. Sia chiaro: non che la torta non mi piacesse, però mi rendevo conto che non era all'altezza di un cuoco. La consistenza e la forma erano imperfette. Non avendo mai potuto gustare qualcosa, avevo sempre concentrato le mie sensazioni su quegli aspetti che riuscivo a cogliere, coma la facilità con cui si mastica qualcosa, il modo in cui lo si mastica, le condizioni in cui rimane la bocca dopo aver ingoiato il boccone, e aspetti di questo genere.
Erano tutte cose di cui non avevo mai parlato a nessuno, o su cui non avevo mai neanche riflettuto. In quel momento, però, nel momento in cui mi era stato chiesto un giudizio, mi trovai a capire tutto questo. Mangiando quella torta mi si aprì un mondo. Ripensai a tanti cibi che avevo provato, a tanti piatti che mi avevano offerto o preparato: in quel momento riuscii a ricordare le sensazioni più volte sperimentate, riuscendo a rendermi conto di una verità che mi suonava realmente incredibile. Io avevo sempre gustato il cibo.
Non come fanno le altre persone, ma lo gustavo nei suoi aspetti più nascosti e meno evidenti, quelli a cui nessuno fa mai caso. Quelli che vengono oscurati proprio da gusto così forte, dal dolce, dal salato, dall'amaro. Io stavo riscoprendo lì, in quel momento, con quella torta, la mia possibilità di essere completo, come tutti. Se anche io stavo assaporando e gustando quella torta, allora non ero poi così diverso da chi si definisce "completo".
Finalmente, dopo anni in cui non avevo mai espresso nessun vero giudizio su ciò che mangiavo, mi sentivo legittimato a dire la mia opinione e ad esprimere una mia preferenza. Finalmente potei esclamare: "Questa torta non mi piace!"
La gioia di quella rivelazione, per me così incredibile, mi donò un'energia mai provata prima. Andai ad aprire il frigo, e cominciai a mangiare qualsiasi cosa che mi capitasse sotto mano. Presi un pezzo di formaggio e ne apprezzai la morbidezza, la consistenza delicata. Mangiai una fetta di prosciutto crudo, godendo della lieve resistenza che la fetta opponeva ai miei morsi. Provai della pasta avanzate e rimasi deluso dalla consistenza leggermente gommosa e dalla durezza che avevano assunto.
Proseguii in questo modo, assaggiando un po' di tutto, realizzando che cosa mi piaceva davvero e cosa no. Col tempo, poi, iniziai a prestare più attenzione anche agli aromi, alla fragranza e all'odore delle diversi pietanze. Scoprii aromi pungenti che sembravano risalire il naso fino alla testa, aromi lievi, quasi impercettibili e aromi delicati, quasi calcolati.
Mi sentivo veramente rinato! Ero un uomo nuovo. Quel peso che per così tanto tempo avevo cercato di nascondere, di negare, di non accettare nelle sue conseguenze, finalmente me era stato tolto! E il merito era tutto di quella torta. Presi il piatto con quel po' di dolce rimasto e uscii di casa, andando a bussare all'appartamento di Eleonora.

Continua...

venerdì 20 maggio 2011

Il mio nome è Gustavo (seconda parte)

Era una mia vicina di casa. Aveva più o meno la mia età (scoprii in seguito che aveva due anni in meno di me). Si chiamava Eleonora. Bussò un giorno alla mia porta. Al vedermela lì, rimasi folgorato! Portava un grembiule da cucina, e aveva i capelli un po' arruffati, probabilmente dal calore dei fornelli su cui stava cucinando. I suoi capelli rossi mi colpirono: sembrava quasi un cespuglio! E non lo dico in senso negativo, sia chiaro, anzi! Mi piacevano così "al naturale". Anche il suo volto, un po' sudato dal calore della giornata e della cucina le dava davvero un senso di spontaneità.
Ricordo che la guardai con stupore, senza dire una parola. Non capivo che cosa volesse, e perché avesse bussato alla mia porta. Fu lei ad interrompere il silenzio.
"Posso...posso chiederti un favore?" mi chiese senza guardarmi in faccia, forse per vergogna.
"Sì...sì, dimmi" le risposi.
"Vedi...sto studiando per diventare cuoca...solo che..." cominciò.
"Che?" la esortai.
"Non ho nessuno a cui chiedere di provare ciò che preparo...quindi...mi chiedevo...se...ecco...tu...".
"Io...cosa?" chiesi, continuando a non capire.
"Potresti assaggiare quello che ho preparato?" disse prendendo coraggio, mostrandomi un piatto che teneva in mano, che prima non avevo notato.
"Come?" domandai.
"Non ti va? Non hai fame? Se vuoi te lo lascio, poi mi sai dire...non devi per forza mangiarlo subito".
"Beh...ecco..." cominciai a dire, non sapendo come continuare e come farle sapere che non avrei mai potuto gustare il suo piatto.
"Se non lo vuoi provare non c'è problema..." disse con un tono deluso. "Scusa se ti ho disturbato." Eleonora si voltò e cominciò a tornare verso il suo appartamento.
Non so cosa mi prese in quel momento, però, quasi d'istinto, le urlai: "No, aspetta! Lasciami il piatto, lo assaggerò!"
La ragazza mi guardò raggiante, finalmente negli occhi, mostrandomi uno sguardo davvero caloroso. Mi porse il piatto, diventando tutta rossa, riuscendo a borbottare un "grazie", per poi correre subito in casa sua.
Mi trovai così col piatto in mano, sulla porta di casa mia, con il compito di assaggiare un cibo che non avrei mai potuto gustare. Rientrai, pensando ad un modo per non deludere la ragazza.
Inizialmente mi venne l'idea di chiamare i miei e chiedere a loro di assaggiare il piatto, così da avere un'opinione da riferire. Scartai subito l'idea, però. Mi sembrava ingiusto affidare a qualcun altro una cosa che era stata chiesta a me personalmente.
In un secondo momento pensai di fingere. Di elogiare il piatto, il suo sapore, magari ispirandomi ad internet, da qualche recensione. In fondo non sarebbe stato così difficile inventarsi un giudizio. Dopo poco, però, scartai anche questa possibilità. Se il piatto cucinato non era buono? Avrebbe subito capito che mentivo, dando così una pessima immagine di me.
Arrivai così alla terza ipotesi: dirle la verità, e farle sapere che non avevo il gusto. Così avrebbe capito. A quel punto, però, forse non avrebbe più bussato alla mia porta. In quel momento, infatti, questa idea mi tormentava. Volevo già rivederla, e speravo di poter parlare un'altra volta con lei, magari non più sulla porta, ma seduti.
Sommerso nei miei dubbi, presi una decisione. Pensai che era inutile arrovellarsi in quel modo, così mi dissi che era meglio agire: avrei intanto mangiato il suo piatto. Poi avrei cercato una soluzione.

Continua...

martedì 17 maggio 2011

Il mio nome è Gustavo (prima parte)

Il mio nome è Gustavo. Ironia della sorte! Se i miei genitori avessero saputo, avrebbero sicuramente scelto un altro nome. Infatti, sin dalla nascita, ho un terribile difetto: non possiedo il senso del gusto. Capirete che è una situazione davvero strana. Prima di accorgersene, i miei genitori ci hanno messo davvero tanto. Finché ero piccolo non potevo parlare o esprimere nulla. Mangiavo sempre di tutto e non mi lamentavo mai. Mia mamma diceva sempre che ero un bravissimo bambino.
Un giorno, però, mi vide in giardino: stavo mangiando dell'erba e del fango. Li masticavo e li ingoiavo tranquillamente, senza sentire nessun sapore, né dolce, né amaro. La mamma quel giorno mi sgridò duramente, intimandomi di non farlo mai più. Io, però, piccolo com'ero, non l'ascoltai e mi trovai altre volte in giardino a mangiare ciò che mi capitava sotto mano. Mia mamma, allora, molto preoccupata di questo mio comportamente, mi portò da un dottore, descrivendogli la situazione. Fui così visitato, e dopo lunghe analisi, ebbero la terribile risposta. Non avevo il gusto!
Ora penserete che dev'essere una sensazione terribile non poter gustare il dolce, il salato o l'amaro. In realtà, per me che non ho mai provato cosa voglia dire gustare qualcosa, non è mai stato un vero problema. Innanzitutto, per fortuna, è un mio difetto che si nasconde facilmente. Infatti nessuno, guardandomi in faccia, può prendermi in giro dicendomi: "Tu non hai il gusto!". Al massimo mi guardavano e mi dicevano che avevo il naso grosso, cosa che mi ha sempre dato molto fastidio.
In ogni caso l'assenza di gusto mi ha sempre permesso di mangiare ogni cosa. Se avevo fame, mangiavo, dolce o salato che fosse. Se non avevo fame, invece, non toccavo cibo. Qualunque cosa fosse commestibile, per me andava bene!
Da piccolo, poi, ho sempre saputo trarre vantaggio da questa mia mancanza. Infatti, senza far sapere a nessuno che mi mancava il gusto, proponevo strane scommesse ai miei compagni. Ad esempio, ricordo una scommessa in particolare. Scommisi con un compagno che avrei mangiato insieme un po' del primo, del secondo e del dolce, in un solo boccone! Ricordo che in mensa, quel giorno, c'era risotto alla milanese, con lo zafferano, hamburger, purè e crostata di prugne. Io, disinvolto, mischiai le tre portate e mangiai tranquillamente, sorridendo alle facce schifate ed esterrefatte dei miei compagni. In particolare ricordo la faccia arrabbiata, delusa e stupita del mio amico che aveva scommesso le sue figurine. Dopo quella vittoria riuscii a completare il mio album dei calciatori!
In casa, però, questo mio difetto si rivelava un vero e proprio peso. Mia mamma e mio papà vivevano in un costante disagio. Ogni volta che mangiavamo insieme dovevano trattenersi da ogni tipo di commento. Il massimo che potevano concedersi erano gli apprezzamenti sul profumo. Per il resto, però, non volevano mai dire nulla che ricordasse la mia mancanza.
Io, però, per infastidirli, mi divertivo a prenderli in giro, facendo battute come: "Mh! Senti che bontà questa pasta! Un sapore davvero sublime!". Mia mamma andava su tutte le furie! Sembrava quasi che fosse lei a non avere il gusto!
Crescendo, poi, ho imparato a trattenermi e a non infastidirla più. Appena possibile, poi, ho cercato una casa in cui stare, così da non vivere più il disagio di questi pasti silenziosi e imbarazzati.
Ricordo che, quando ancora vivevo con i miei, ci fu un periodo in cui ebbi l'idea di fare il cuoco! Ero stato ispirato dalla figura di Beethoven. Se lui era un genio della musica ed era sordo, io sarei stato un genio ai fornelli! In realtà...ero un vero disastro! Non riuscivo mai a dosare le giuste quantità e a creare l'equilibrio tra le pietanze. Fui molto frustrato per questo, ma presto mi passò, insieme all'idea fissa di fare il cuoco.
Finiti i miei studi, trovai un lavoro che non c'entrava nulla con ciò che avevo appreso a scuola. Era un lavoro pratico, presso un supermercato. Non era complicato. Forse un po' faticoso, ma comunque mi dava da vivere. Dopo aver accumulato un po' di soldi, infatti, mi diede la possibilità di affittare un piccolo appartamento, così da vivere da solo.
Finalmente stavo bene! Mangiavo ciò che volevo e non dovevo preparare pranzi per nessuno. Non dovevo niente a nessuno e nessuno mi doveva niente, eccetto i miei genitori, ovviamente. Ogni tanto, infatti, andavo a trovarli, o li invitavo da me (quelle volte ordinavo sempre d'asporto!).
Avevo una vita tranquilla e abbastanza serena. Forse un po' in ombra, però mi piaceva. Tutto mi sembrava procedere alla perfezione, finché non ho incontrato lei.

Continua...

giovedì 23 dicembre 2010

Buon Natale!

Questo semestre, in università, ho seguito un corso di letteratura italiana. Nella seconda parte abbiamo parlato di favole (non fiabe), apologhi e bestiari. Ispirato dai testi letti, ho scritto una breve storia di Natale. La definirei come una favola o un apologo, anche se forse vuole semplicemente essere un racconto. Per chi si chiedesse cos'è un apologo, è un racconto con alla fine una morale esplicita o implicita. Beh...non aggiungo altro, se non: attenti alla differenza tra natale e Natale! Buona lettura!

Il lupo a Natale

La vigilia di Natale, il lupo famelico decise di andare a comprare i regali per i suoi lupetti. Scese così in città, pronto a fare delle tranquille spese, in quel gioioso giorno in cui era pronto ad abbandonare la sua voglia di cacciare e ingannare.
Una volta arrivato, si diresse subito nel grande centro commerciale. Fuori, una povera donna, porgeva la mano, sperando in una elemosina. Il lupo, vedendola, si impietosì e le diede qualche monetina. La donna lo ringraziò calorosamente. Mentre entrava, il lupo sentì le altre persone borbottare e lamentarsi di quella signora che elemosinava fuori dalla porta. "Non dovrebbero farla stare qui!". "Rovina l'atmosfera natalizia!".
Il lupo, perplesso, proseguì. Cominciò a guardare i vari negozi del centro commerciale. Superò quello di articoli sportivi, quello di videogiochi e quello di vestiti, fino a che non arrivò davanti ad un negozio di giocattoli. Appena entrato, però, il lupo si spaventò! Il locale era gremito di gente che arraffava, comprava e letteralmente lottava per guadagnare l'ultimo gioco o semplicemente un posto in fila. Era un vero delirio!
Il lupo, però, pensò che era comunque la vigilia di Natale, e sicuramente la gente era davvero più buona. Così, tranquillamente, si mise a guardare i vari scaffali. Ad un certo punto, vide un bellissimo pupazzo a forma di maialino! Era perfetto per il suo primo lupetto! Si avvicinò così per prenderlo e guardarlo, quando, un secondo prima che la sua mano lo afferrasse, una signora lo anticipò e lo guardò dritto negli occhi, con uno sguardo famelico e gli disse: "L'ho preso prima io, quindi è mio". "Un perfetto sillogismo!", pensò il lupo, che era un po' ignorante e ingenuo.
Non avendo più il pupazzo, guardò ancora tra gli scaffali, convinto di trovare un regalo migliore. Trovò, infatti, un pupazzo, più grande del precedente, a forma di agnellino. "E' stupendo!", pensò. Si avvicinò così per prenderlo. Ne erano rimasti soltanto due. "Questa volta non mi anticiperanno", si disse il lupo. Così si avvicinò e lo prese in mano. Era molto soffice e caldo. La lana dell'agnello era stata ricreata in maniera perfetta, secondo il lupo. E lui, di agnelli, se ne intendeva davvero!
Era già convinto di prenderlo, quando due uomini gli si avvicinarono. "Compri l'agnello, eh?" chiese il primo. "Sì!" rispose soddisfatto il lupo. "Grave errore, amico mio" commentò il secondo, scuotendo la testa. "Perché?" domandò preoccupato il lupo. "L'anno scorso un mio amico lo comprò, e dopo un giorno i suoi figli già non lo volevano più! L'ha dovuto buttare via subito!" spiegò il secondo. Il lupo, col dubbio insinuatogli dall'uomo, si convinse che stava comprando la cosa sbagliata, così ripose l'agnello sullo scaffale e si allontanò sconsolato, ringraziando i due uomini, augurando loro buon Natale.
Il lupo, senza più idee per i regali, girò un'altra volta tra gli scaffali, senza trovare più nulla. Ad un certo punto, però, vide alla cassa i due uomini di prima, entrambi con un agnello sotto il braccio, che lo compravano soddisfatti. A quella vista, il lupo non resse più, e cominciò a chiedersi che senso avesse tutto questo. Aspettò i due uomini. Li fermò e chiese loro: "Perché prima me l'avete sconsigliato e adesso lo comprate". "Amico...è natale! Qualche regalo dobbiamo pur farlo, no?" risposero. Poi se ne andarono ridendo dell'ingenuità del lupo.
Il povero animale, lasciato solo, ingannato, raggiunse il suo limite. Abbandonò lo spirito natalizio che tanto lo aveva affascinato, abbandonò il proposito di essere buono e riprese il suo aspetto da lupo. Lanciò un possente ululato che riecheggiò per l'intero centro commerciale, digrignando i denti in una terribile espressione di furia.
Quasi nessuno, però, si voltò. Solo una signora lo guardò e commentò ad alta voce: "Ecco la solita crisi natalizia! Ah, questa gente che non pensa prima a che cosa comprare!". Subito dopo, una commessa si avvicinò al lupo, pregandolo di uscire dal negozio. Colto alla sprovvista, l'animale uscì, perdendo quell'espressione di rabbia,
Una volta nel corridoio del centro commerciale, solo, disprezzato e senza regali, il lupo si chiese se davvero era Natale. Sconsolato, si avviò così verso casa, a mani vuote. Sulla strada del ritorno, trovò un macellaio. Vi entrò, comprò un po' di carne, se la fece impacchettare per bene, e decise di regalare quella ai suoi lupetti. Mentre tornava, pensava: "Ho smesso di cacciare, e subito sono diventato preda, ho smesso di ingannare e subito sono stato ingannato! Chi è l'animale, allora?". Una volta a casa, il lupo festeggiò con i suoi lupetti e passò un buon Natale. Già a Santo Stefano era tornato quello di sempre, pronto a cacciare e a terrorizzare la gente.

Tanti auguri a tutti di buon Natale e felice anno nuovo!


sabato 3 aprile 2010

Lui

Quando me lo dissero, non ci credevo. Non ci potevo credere. Era tutto così improbabile, assurdo. Era impossibile. Non potevano convincermi. Non volevo essere testardo, ma realista. Chi avrebbe immaginato il contrario?
Li invidiavo, però. Forse, dentro di me, l'avevo già capito. La loro gioia, il loro sguardo, la loro energia erano rinnovate. Nonostante questo, però, non cambiai idea. Anzi! Lanciai una sfida, così sciocca e infantile, che quasi me ne vergogno. Ma sicuramente legittima. Una scommessa che pensavo di aver già vinto, e che, invece, persi. Per fortuna. Tornò.
Quelle mani. Un po' callose, vissute. Non troppo grandi. Sicuramente un po' meno dello mie, nonostante sia uno dei più giovani. Mani sempre calde, lisce e morbide. Di quelle mani che viene voglia di prendere, stringere e tenere nella propria. Mani forti, sicure, in grado di fare qualunque cosa! Appena le ho viste le ho riconosciute subito.
Ma non solo quelle! Anche il suo corpo era inconfondibile. Non altissimo, nella media. Quelle spalle larghe, robuste, di chi, per anni, ha lavorato duramente e con impegno. Il suo petto, poi, era largo. Volevo gettarmi ad abbracciarlo, ma non ci sono riuscito. Ero ancora fermo a guardarlo.
I miei occhi si erano posati anche sui suoi piedi. Erano quei piedi che tante volte ho guardato, tante volte ho seguito. Quando camminavamo tra la folla, spesso mi capitava di restare tra gli ultimi e di doverlo seguire guardando proprio i suoi piedi. Quei piedi rapidi, decisi, capaci di farlo camminare per ore e davvero ovunque!
Ma la cosa più sorprendente, la parte più bella, era il suo volto. I capelli e la barba creavano una cornice perfetta per quei lineamenti inconfondibili. La bocca quasi sempre spesa in un sorriso sincero. Il naso, un po' a punta, gli dava un aspetto davvero cordiale!
Infine i suoi occhi. Profondi, veri, di un colore inconfondibile. Sembrava di guardarsi allo specchio. Quante volte non sono riuscito a sostenere il suo sguardo, quante volte avrei voluto guardarlo dritto negli occhi, ma non ci sono riuscito per timore. Quante volte, però, è stato lui a venire da me, a guardarmi, a cercarmi, a tendermi quella mano, a sorridermi.
Sì. Mi bastò solo questo per riconoscerlo, ma mi avvicinai lo stesso. Lo abbracciai e toccai comunque quei piedi, quelle mani e il suo petto. Le ferite, lì incise, sembravano sfigurare quel corpo e sembravano metterlo in secondo piano, quasi abbruttendolo. Ma non era affatto così. Se non me l'avesse ripetuto lui, non avrei neanche pensato a ciò che avevo detto solo qualche giorno prima, a quando ho dubitato degli altri che insistevano di averlo rivisto e di aver ricevuto una sua visita. Ora, invece, non avevo più motivo di dubitare e di arrabbiarmi per non esserci stato la volta scorsa. Adesso era qui proprio per me: che fortuna che ho avuto e che onore mi ha fatto! Beato me, che potei rivederlo!
Ho comunque toccato quelle ferite. Devono essere state orribili, ma adesso sono il segno di una grandissima speranza! Le ho toccate, anche se mi era stato sufficiente vederlo, sentire la sua voce, per capire che Lui è davvero risorto!

Buona Pasqua 2010!

giovedì 11 marzo 2010

Era lì: sorrideva

Era bellissimo. Imponente e bellissimo. Sembrava proprio una roccia, lì in piedi, dopo il brutto tempo, con quel sole che brillava dopo giorni di precipitazioni.
Aveva due occhi unici. Ad un primo sguardo, sembravano occhi identici, dello stesso colore. Ma ad un attento esame, l'occhio destro rivelava una leggera imperfezione, come fosse strabico. Uno strabismo fine, però. Gli dava un tocco di eleganza.
Aveva anche un naso buffo. Non si poteva fare a meno di riderne. Poi ci si sentiva in colpa, ma almeno si rideva davvero di gusto. Una di quelle risate spontanee, disinteressate: genuine, insomma!
Il sorriso, però, era il suo forte. Sempre a trentadue denti. Ampio, ma mai forzato. Accogliente, ironico. Sembrava quasi prenderti in giro, ma, probabilmente, vedeva solo più in là della realtà. Aveva già capito tutto dalla vita. Sapeva già cosa avrebbe fatto, dove sarebbe arrivato. Non aveva alcuna incertezza. E lo si capiva al primo sguardo. Quando passavi e lo vedevi lì, in piedi, non si poteva fare a meno di pensare di voler essere un po' come lui.
Ricordo bene il giorno in cui lo incontrai per la prima volta. Portava una gran bella sciarpa rossa, quasi fiammeggiante. Sulla sua pelle chiara risaltava notevolmente, facendolo quasi impallidire di più.
Ricordo che passavo per il parco, tornando da scuola. Era una giornata "no". Il quadrimestre stava per finire, e avevo appena preso un quattro in matematica. Che rabbia quel giorno! Avrei preso a calci la prima cosa che mi fosse capitata sotto i piedi!
Mentre imprecavo fra me e me, lo vidi, lì, nel parco, sorridente, davvero splendido. Mi fermai incantato. La prima cosa che pensai fu proprio "vorrei essere come lui!". Mi avvicinai e lo salutai. Non rispose. Mi sorrise, sì. Mi guardò. Ma non parlò.
Gli feci un cenno con la mano, allora. Restò fermo, ma sono quasi sicuro che mi fece l'occhiolino. A quel punto notai il suo naso. Gli risi in faccia e gli puntai il dito contro. Dopo poco mi vergognai e penso di essere diventato tutto rosso. Notai il suo sguardo cambiare. Mi stava un po' rimproverando, ma, nonostante tutto, il suo sorriso non cambiò neanche un po'.
Dopo essermi ripreso dalla risata, lo guardai dritto negli occhi, mi feci serio, e gli dissi di aver preso quattro in matematica. Non disse nulla. Continuò a sorridere. Mi sentii a disagio. Qualcosa dentro di me stava reagendo.
Cominciai a sudare. Divenni nervoso e iniziai a giustificarmi. Gli dissi che il compito era difficile. Gli dissi che la prof era stata stronza (sì, gli dissi così! Non vi dico come mi guardò dopo...); che mi ero fatto prendere dall'agitazione, che avevo solo sbagliato dei calcoli, ma non il procedimento e scuse di questo genere.
Dopo avergli vomitato addosso tutte queste scuse, calò un silenzio imbarazzante. Volevo arrabbiarmi con lui per avermi messo così a disagio, ma non ci riuscii. Nonostante il suo sguardo mi guardasse con rimprovero, il suo largo sorriso era comunque caloroso e comprensivo.
Abbassai lo sguardo, feci un respiro, poi tornai a fissarlo in quegli occhi così sinceri. Gli dissi la verità. Non avevo studiato e avevo sperato di cavarmela con dei bigliettini, che la prof mi aveva scoperto.
Mi sentii un verme e riabbassai gli occhi. Era freddo, era pieno inverno, e un brivido mi avvolse. Cominciai a pensare che stessi perdendo tempo. Un colpo di vento più forte del solito mi scosse dai miei pensieri e in quel momento ebbi l'impressione che lui si fosse mosso, così alzai di nuovo lo sguardo.
Si era tolto la sciarpa, che ora penzolava su una spalla. Lo fissai sbalordito: mi stava dando la sua sciarpa! Ero in imbarazzo. Non sapevo cosa dire e fare. Cominciai a scuotere il capo, ma lui insistette a lasciare la sciarpa così. Incerto sul da farsi, avvicinai lentamente la mano per prendere quella bellissima sciarpa rossa. Lui non si mosse e continuò a sorridere, così alla fine la presi, fino a mettermela al collo. Era calda, nonostante tutto.
A quel punto, guardai l'orologio e vidi che si stava facendo tardi. I miei mi aspettavano a casa. Sentendomi in colpa a troncare così il nostro incontro, cominciai a scusarmi. Lui non ci badò, e mi sorrise comprensivo.
Lo ringraziai tantissimo prima di lasciarlo. Ricordo bene quel momento. Cominciai a correre per andare verso casa e prima di uscire dal parco mi voltai per guardarlo un'altra volta. Lo osservai l'ultima volta: fermo, sorridente, imponente e bellissimo, illuminato da un raggio di sole.
Appena a casa raccontai ai miei genitori del quattro e di come avevo tentato di copiare. Ammisi le mie colpe e parlai sinceramente mostrandomi in colpa per quello che avevo fatto e deluso dal voto che mi avrebbe rovinato la pagella del quadrimestre. I miei furono comprensivi. Si arrabbiarono, mi sgridarono, ma capirono quanto mi costò dire la verità.
Non raccontai loro del mio incontro (per la sciarpa, dissi che me l'aveva regalata una compagna). Era stato qualcosa di speciale, di unico ed irripetibile. Un incontro, quasi del destino. Qualcuno l'aveva messo lì per me.
Il giorno dopo speravo di incontrarlo di nuovo, ma sapevo che le speranze erano minime. Uscendo di casa avvertii il calore del sole, come quella giornata non sarebbe stata grigia come le precedenti. Pian piano, però, divenni sempre più certo che non l'avrei incontrato nuovamente.
Infatti, giunto al parco, arrivai lì dove stava il giorno prima, e ormai non c'era più nulla di lui. Di lui, solo un mucchietto era rimasto lì, irriconoscibile. Se non fosse stato per il naso, quasi avrei pensato di averlo confuso con un altro.
Invece era lui. Quel raggio di sole che il giorno prima lo faceva splendere, l'aveva fatto scivolare via. Ora rimaneva solo una pozza bagnata, a ricordo di quella meravigliosa persona, una vera opera, un vero uomo, anche se di neve.
Era stato in grado di ascoltare, di sorridere, di non distogliere lo sguardo e di donare, rinunciando a tutto ciò che aveva, per dare a chi aveva davvero bisogno.

mercoledì 4 novembre 2009

Emanuele (ultima parte)

Mentre pensava, gli venne in mente che era lì per aprire i regli. Lo disse alla nonna, che glieli porse subito. Il nipote afferrò il primo. Era un pacco rettangolare, non troppo pesante. Cominciò a scartarlo, pensieroso e curioso al tempo stesso.
Sotto la carta si rivelò una splendida macchina tutta incartata! Era proprio ciò che Emanuele aveva chiesto. E questo lo rattristò.
"E' proprio quello che avevo chiesto" commentò il bambino un po' deluso.
"Non sei contento?" chiese la nonna.
"Sì e no. Sono contento perché mi piace, ma pensando a ciò che mi hai raccontato ieri, sono un po' dispiaciuto" disse il nipote.
"Perché?" domandò la nonna.
"Perché mi sembra di aver fatto come quando la mamma mi chiede di fare qualcosa e io la faccio perché lei insiste. Non è come quando sono io che faccio per primo" spiegò il bambino.
"Capisco. Ti sembra di avere un po' obbligato a comprarti questo regalo?" Emanuele annuì. "Ma in questo caso è diverso! Tu hai chiesto una cosa bella, ma non hai obbligato nessuno! La mamma e il papà ti hanno comprato questo regalo perché ti vogliono bene e vogliono cose belle per te!"
"E' vero! Ho fatto come Gesù: anche Lui ci ha fatto sapere di sé, ma non ci obbliga a credergli!"
"Esatto!" commentò la nonna, carezzando il volto del nipote. "Sei proprio un bambino sveglio, Emanuele!"
Il nipote arrossì un po', poi sorrise alla nonna, tutto soddisfatto. A quel punto finì di aprire i regali. Li trovò tutti molto belli, anche se non diede molto peso a ciò che aveva ricevuto, perché continuava a pensare che le persone che avevano comprato quei giocattoli gli volevano bene!
La nonna, dopo averlo visto scartare i regali, disse al nipote: "Sai, Emanuele? Tu hai un nome importantissimo!"
"Perché?" chiese il bambino.
"Sai qual è il significato di Emanuele?"
"No" rispose il nipote.
"Vuol dire Dio con noi!" disse raggiante la nonna.
"Ma allora sono importante!" esclamò soddisfatto Emanuele.
"Certo! Ognuno è speciale e ognuno sa fare qualcosa di diverso! Il tuo nome, poi, ci ricorda che non siamo soli!"
Il nipote era entusiasta di questa scoperta! Era il Natale più bello che avesse mai vissuto. Sentiva che c'erano molte cose che non capiva, molte domande che voleva fare, e sapeva che la nonna avrebbe risposto ad ognuna di queste, e che gli avrebbe spiegato tante, tante cose!
Emanuele sapeva di dover portare pazienza, e così fece. Attese e crebbe. Ogni fine settimana la nonna gli raccontava una nuova storia, e lui imparava sempre di più.
Ogni domenica imparò ad andare a trovare Gesù. Imparò a salutarlo col segno di croce; imparò il nome del luogo in cui c'era Gesù; imparò a seguire la Messa e conobbe la storia di Gesù.
Passarono gli anni ed Emanuele allargò il suo sguardo. Capì che il mondo era bello ed era grande. Capì che non tutto andava sempre per il verso giusto. Capì che alcune domande non avevano una sola e unica risposta.
Imparò che fare esperienza era il modo migliore per cercare la verità, e capì che per conoscere Gesù bisognava vivere e amare.
Emanuele conobbe anche la morte, la perdita, quando sua nonna, troppo anziana, lo lasciò. Pianse, conobbe il dolore e il vuoto, ma si riscattò, ricordando ciò che gli aveva detto la nonna.
Crebbe ancora e divenne uomo. Incontrò una donna e si sposò. Visse una amore grande, ebbe dei figli ed infine dei nipoti. Fino alla fine cercò di dare ai cari che amava lo stesso amore che gli aveva mostrato la nonna, e che sapeva venire da Gesù.

Ora apri gli occhi e ammira:
il mondo è come prima?
Se nulla è cambiato,
io ho fallito.
Ma se anche un solo sasso
non è più lo stesso,
allora, se puoi, raccoglilo adesso:
è un primo passo
verso l'Amore perfetto.

mercoledì 28 ottobre 2009

Emanuele (terza parte)

Al mattino, al suo risveglio, Emanuele si preparò subito, e una volta pronto, andò dalla mamma, chiedendole a che ora sarebbe passata la nonna.
La mamma, stupita della domanda, chiese al figlio se avesse già aperto i regali. Fu solo in quel momento che Emanuele si rese conto che era il giorno di Natale e che aveva ricevuto dei regali!
Stava per correre ad aprirli, quando gli venne un'idea. Decise di non aprirli e di aspettare la nonna, che sarebbe arrivata verso metà mattina.
Quando finalmente arrivò, Emanuele le si lanciò tra le braccia salutandola e rinnovandole gli auguri. La nonna subito gli chiese che regali avesse ricevuto e fu notevolmente sorpresa di scoprire che non li aveva ancora aperti.
"Come mai?" chiese la nonna.
"Ho pensato che se oggi è il compleanno di Gesù, e dopo andiamo a trovarlo, allora sarà felice di vedermeli aprire. Magari potrei dividerli con Lui!" disse entusiasta Emanuele.
La nonna era piacevolmente stupita: il nipote aveva mostrato un grande amore e un grande interessamento! Per premiarlo decise di accompagnarlo subito in chiesa.
Emanuele, dopo essersi preparato e aver preso i suoi regali da aprire davanti a Gesù, uscì con la nonna. Entrambi salirono sulla macchina guidata dal nonno. Fu un viaggio breve, anche se ad Emanuele sembrò molto più lungo, per via della sua impazienza!
Appena scese dal veicolo, il bambino alzò lo sguardo verso l'imponente edificio. Era molto grande e molto bello, anche se davvero strano. Le finestre erano molto alte e riempivano la parte superiore della chiesa. Guardandole, Emanuele si chiese quanti piani avesse la chiesa.
Il suo sguardo, poi, si spostò verso il basso, dove vide tre ingressi. Due più piccoli da cui entravano e uscivano le varie persone, e uno molto grande, composto da due porte, che era chiuso.
Seguendo poi i contorni dell'edificio, il bambino si perse ad osservare le statue e le decorazioni sulla facciata della chiesa. Erano molto belle e misteriose agli occhi di Emanuele, il quale non sapeva che cosa rappresentassero.
Mentre era perso a guardare, fu distratto dal limpido suono di una campana. A quel punto alzò lo sguardo più in alto di quanto avesse fatto prima, e vide un'imponente torre, da cui si intravedeva la campana sbattere a ritmo.
La nonna, divertita dalla faccia sbalordita del bambino, cominciò a spiegare che quello che stava osservando era il campanile e che la campana suonava perché era giorno di festa.
Il bambino era al settimo cielo! "E devo ancora entrare!" pensò Emanuele.
La nonna gli prese la mano e lo accompagnò verso l'ingresso. Mentre salivano i gradini, il nipote si fermò e disse alla nonna: "Pensi che piacerò a Gesù?"
"Assolutamente!" rispose la nonna con sicurezza.
I due ripresero a salire i gradini. Emanuele era molto emozionato di incontrare Gesù. Appena entrati, il bambino si lasciò sfuggire un'esclamazione di stupore. La chiesa aveva un solo piano, e il soffitto era davvero altissimo! Sembrava quasi alto come il cielo, agli occhi di Emanuele. Non aveva mai visto niente di così alto!
Dopo essersi perso un po' col naso all'insù, il bambino si guardò attorno. Oltre alle numerose sedie, vide che la chiesa era decorata da dipinti, statue e strane costruzioni, che non aveva mai visto.
Infine notò al centro della chiesa, dalla parte opposta dell'ingresso, un tavolo: non era di metallo, né di legno. Secondo Emanuele doveva essere di pietra. Dietro al tavolo, che scoprì chiamarsi altare, vide una magnifica costruzione dorata. Era molto bella, e non sapeva né come chiamarla, né come descriverla. A quel punto chiese soccorso alla nonna.
"Quello è il luogo in cui c'è Gesù!" spiegò la nonna.
A queste parole Emanuele rimase deluso. "Come può essere lì dentro? Non ci starei nemmeno io che sono un bambino!" ribatté il nipote.
"Forse dimentichi un particolare..." disse la nonna saggiamente.
"Quale?" domandò il bambino.
"Ti ricordi quando ti ho detto che Maria e Giuseppe erano vissuti ai tempi dell'impero romano?" ricordò la nonna.
"Sì, mi ricordo..." rispose Emanuele. Poi, illuminandosi, aggiunse: "Ma, se è così, come può essere ancora vivo Gesù?"
"E' proprio questa la sua grandezza! Gesù è ancora vivo, anche se non è visibile con i nostri occhi" spiegò la nonna.
"Allora è invisibile?" domandò innocentemente il nipote.
"Devi sapere che, quando Gesù è diventato grande, dopo aver fatto tante cose, dopo aver fatto ciò che gli aveva detto di fare Dio, suo Padre, è tornato in cielo! E' comunque tra noi, anche se è nascosto! E' in te, è in me, è in ogni persona. E' nel prossimo!" cercò di chiarire la nonna.
"E' difficile, nonna!" protestò Emanuele.
"Lo so, lo so. Non ti preoccupare se non capisci. Hai tanto, tanto tempo davanti a te per capire. Intanto ricorda che Gesù è vivo, e lo possiamo incontrare negli altri e qui, in chiesa, in quel punto" disse la nonna, indicando la costruzione dietro l'altare, che aveva un nome lungo e difficile, che il bambino non riuscì a memorizzare.
Emanuele si concentrò su quel punto e notò due cose. La prima era una bella candela rossa, più grande delle altre e unica: nessun'altra candela era simile a quella. La seconda cosa che notò, era il fatto che chiunque fosse in quella chiesa, quando si fermava, si voltava verso quel punto. Molti facevano uno strano gesto con le mani, toccandosi la fronte e le spalle, che Emanuele non conosceva. Oltretutto molti si mettevano in ginocchio: alcuni restavano in quella posizione, mentre altri si rialzavano subito.

Conclusione fra una settimana...

mercoledì 21 ottobre 2009

Emanuele (seconda parte)

"E poi Gesù è nato?" interruppe Emanuele.
"Sì, però non in un luogo qualunque. Vedi, Maria e Giuseppe sono vissuti tanto e tanto tempo fa, quando ancora c'era l'impero romano. A quel tempo non c'erano gli ospedali in cui andare" disse la nonna.
"Dove è nato, allora?" domandò Emanuele.
"In una mangiatoia...in una stalla" aggiunse la nonna, allo sguardo perplesso del nipote.
"In una stalla?" ripeté sbalordito Emanuele.
"Esatto! Non devi pensare, però, che Maria e Giuseppe abbiano voluto che Gesù nascesse lì! Loro erano in viaggio, per registrare i loro nomi per il censimento, nella città di Betlemme. Qui, però, c'era molta gente, quindi non trovarono dove passare la notte. E' per questo che si rifugiarono in una stalla" spiegò la nonna.
"Poveretti...! E Gesù è nato proprio lì?" chiese Emanuele.
"Proprio lì! Ma non credere che sia nato al freddo e in solitudine. Devi sapere che sopra alla stalla brillava una stella, che era più grande di tutte le altre! E quella stella indicava e illuminava proprio il luogo in cui era nato Gesù!"
"Incredibile!" commentò il bambino.
"Sì! Ma non è finita qui! Molti, vedendo quella stella andarono a vedere cosa c'era, e quando trovarono e videro Gesù, cominciarono a fargli visita, a fargli dei regali, e a volergli bene!"
"Perché facevano questo? Non era un bambino come gli altri? Cosa aveva di speciale?" domandò Emanuele.
"Vedi, Gesù era davvero speciale! La sua nascita è stata annunciata da un arcangelo. Il luogo in cui è nato è stato segnato da una stella bellissima. E poi - quasi dimenticavo - tantissimi angeli erano lì ad annunciare la sua nascita!" rispose la nonna.
"Continuo a non capire..." ribadì il nipote.
"Gesù era così speciale perché non era solo figlio di Maria e Giuseppe, ma perché era il figlio di Dio! E' per questo che tutti andavano a trovarlo" disse la nonna.
Emanuele stava per dire qualcosa, ma guardando la nonna negli occhi capì che non lo stava prendendo in giro. Tacque per un po', poi disse: "Ma...questa storia è vera?"
"Certamente!" rispose la nonna. Poi aggiunse, vedendo il bambino più taciturno del solito, "non riesci a crederci?"
"Mi sembra tutto molto strano" ammise Emanuele.
"Allora pensa a questo: se incontrassi Gesù e Lui ti parlasse di persona, gli crederesti?" domandò la nonna. Il nipote annuì convinto. "Molto bene. Ma se tu non lo incontrassi mai, e sentissi solo parlare di Lui da altre persone, come me o la mamma, cosa faresti? Ci crederesti? O no?"
Il bambino ci pensò, poi disse: "Non lo so. Forse ci crederei, forse no. Siccome me lo dici tu, però, mi fido".
"Ecco, hai visto? Hai appena detto che puoi scegliere! E' proprio questo l'importante! Cosa pensi che sia più bello? Essere costretti a credere perché Gesù ti dice che le cose stanno così, oppure credere perché hai scelto di fidarti e di ascoltare?" chiese la nonna.
"Io preferirei scegliere, anche se...se Gesù mi dicesse la verità, sarebbe più semplice, no?" rispose Emanuele.
"Sì, sarebbe più semplice, ma a quel punto tu non avresti alcun merito, giusto? E poi non saresti più libero, perché sapendo come stanno le cose non potresti dire che non è vero".
"Hai ragione! Mi sembra come quando aiuto la mamma!" disse Emanuele.
"Cioè?" domandò la nonna.
"Quando la aiuto io, lei è più contenta di quando mi obbliga a farlo!" spiegò il nipote.
"Esatto! Per Gesù è lo stesso! Sarebbe triste se ci obbligasse a fare sempre le cose giuste, perché dopo non le faremmo volentieri!"
"Che bello, nonna! Io voglio credere a Gesù!" affermò entusiasta il bambino.
"Sono davvero contenta! E sai una cosa?"
"Cosa?" chiese curioso Emanuele.
"Domani è il suo compleanno! Il 25 dicembre!" rispose la nonna.
"Davvero? Allora bisogna fargli un regalo!" disse innocentemente il bambino.
"Non è così facile! Però possiamo andarlo a trovare!" disse divertita la nonna.
"Come? Dove? Andiamo subito?" domandò impaziente Emanuele.
"Domani mattina! Domani mattina ti porto in chiesa e ti farò vedere dov'è Gesù, e come salutarlo!"
"Non vedo l'ora nonna!" esclamò il nipote. Poi aggiunse: "E quand'è che mi racconti altro di Gesù?"
"Ci sarà tempo Emanuele" disse la nonna, carezzando il volto del nipote. "Vedrai che imparerai a conoscerlo e a incontrarlo!"
Emanuele era incantato! Continuava a pensare a ciò che la nonna gli aveva detto, di Maria, dell'arcangelo, di Gesù, e della stella! Voleva sapere altro, ma con la nonna aveva imparato ad attendere e ad avere pazienza.
Immerso nei suoi pensieri, Emanuele non si era nemmeno accorto che la cena era finita e che era ora, per lui, di andare a letto. Fu solo quando sua mamma gli disse di andare a prepararsi che si rese conto di essere davvero stanco.
Appena coricato si addormentò e cominciò a sognare. Sognò di Gesù nella stalla, sognò tanti angeli e sognò sua nonna che lo accompagnava in chiesa e questa sembrava la casa della nonna, dove lui stava sempre tanto bene!

Continua fra una settimana...

giovedì 15 ottobre 2009

Emanuele (prima parte)

Chiudi gli occhi e apri il cuore,
e ascolta questa storia d'Amore.
Torna ad essere l'infante
che trova il mondo interessante,
semplice e grande.
Non domandare il perché,
ma rifletti su te.
E se all'animo approda,
dillo a qualcuno, perché anch'egli oda.

Era la sera di Natale. Il freddo avvolgeva la casa, ma Emanuele era rintanato al caldo, con ai piedi le sue soffici pantofole nuove. Come gli piacevano quelle pantofole! Erano un regalo della nonna. Tutte marroni e soffici, con un aspetto da adulto, come voleva Emanuele. Usare quelle pantofole lo faceva sentire grande, e la nonna lo sapeva bene!
Emanuele girava entusiasta per tutta la casa. Non vedeva l'ora che i parenti arrivassero per il cenone. La tavola era già stata imbandita, ed Emanuele era fiero di come aveva aiutato ad apparecchiare: aveva disposto le posate in perfetto ordine, la forchetta a sinistra e il coltello a destra. Poi aveva anche imparato un modo per disporre i tovaglioli nei bicchieri, come al ristorante! Gli era stato insegnato dalla sua simpatica maestra di scuola.
Mentre ammirava il suo lavoro, e girava ormai impaziente attorno al tavolo, il campanello suonò, ed Emanuele corse alla porta per aprire ai parenti. Sua nonna era sulla soglia, seguita dal nonno, dagli zii e da suo cugino.
"Buon Natale!" esclamò la nonna, aprendo le braccia per abbracciare il nipote.
Emanuele si lasciò coccolare un po', poi fece accomodare tutti quanti, dopo aver fatto gli auguri ad ognuno degli ospiti.
Subito la casa si animò di un forte vociare vivace. Si cominciò a bere, e poi a servire la cena. Emanuele sembrava avere un sorriso stampato in faccia, tanto era felice! La serata gli sembrava perfetta: sedeva tra sua mamma e sua nonna. Voleva molto bene alle due donne, che erano molto affettuose con lui. La mamma, che portava in tavola ogni nuova portata, serviva sempre Emanuele per primo, mentre la nonna concentrava tutta la sua attenzione sul nipote, raccontandogli sempre storie nuove.
Emanuele mangiava con piacere, e con altrettanto interesse ascoltava la nonna: le sue storie erano sempre interessanti e coinvolgenti!
Quella sera la nonna stava raccontando la storia di Gesù. Emanuele, che non aveva mai ascoltato questa storia, si preparò ad ascoltare.
"Prima di parlare di Gesù, bisogna parlare della sua famiglia", cominciò la nonna. "Sua mamma si chiamava Maria, e suo papà Giuseppe. Erano una famiglia molto speciale!"
"Perché , nonna?" chiese Emanuele.
"Perché Maria aveva ricevuto la visita di un arcangelo!" rispose la nonna.
"Non è possibile" disse Emanuele deluso.
"E perché no?" ribatté la nonna.
"Ma gli angeli non esistono" affermò il bambino.
"Ne sei sicuro? E' vero che non ne hai mai visto uno, ma hai mai visto o sentito qualcosa che ti faccia credere che non esistono?" disse divertita la nonna.
Emanuele tentò di ribattere, ma poi tacque, assorto nei suoi pensieri. "Posso continuare la storia?" chiese la nonna. Il nipote, quasi risvegliandosi da un sogno, rispose di sì. "Molto bene. Allora, devi sapere che l'arcangelo che fece visita a Maria le disse una cosa bellissima! Le disse che lei avrebbe avuto un bambino, e che si sarebbe chiamato Gesù!"
"Le disse questo? E lei cosa fece?" chiese Emanuele, nuovamente interessato.
"Lei disse, eccomi, sono pronta ad avere questo bambino. Così, Maria cominciò ad aspettare Gesù".

Continua fra una settimana...

lunedì 28 settembre 2009

In uno Specchio, in un Enigma

In uno Specchio, in un Enigma. Cecilie, una bambina norvegese è costretta a letto da una malattia. E' Natale. Cecilie vuole un paio di sci, uno slittino e dei pattini, ma non sa che avrà una sorpresa ben maggiore. Di notte, un angelo di nome Ariel si mostra alla bambina. Dall'aspetto infantile, senza capelli e peli, Ariel è un angelo, una creatura celeste.
Cecilie, creatura "di carne e ossa", superato lo stupore iniziale inizia un profondo dialogo con il suo visitatore. I due si istruiscono a vicenda. Lei parla delle cose terrene, in carne e ossa, mentre lui spiega le cose celesti. Due mondi separati da uno specchio, da un enigma.
Un viaggio caratterizzato dalla semplicità dei bambini, che tocca misteri profondi. Cosa vuol dire avere sensazione? Cosa vuol dire avere "memoria"? E sognare? Aspetti comuni e scontati, ma inspiegabili per Ariel che non è fatto "di carne e ossa".
Ma il viaggio va oltre: il cielo, gli angeli, i pianeti, l'anima e Dio. Domande, riflessioni di grande bellezza e semplicità, catturano il lettore, che viene dolcemente accompagnato di fronte allo specchio, per potere, almeno un po', scrutare cosa c'è dall'altra parte.
Una lettura semplice e veloce, mai scontata, capace di dare emozioni e far riflettere, come pochi libri sanno fare.

mercoledì 18 marzo 2009

Una storiella

Il vecchio rise di gusto. Il ragazzo accanto a lui, stupito, gli domandò il perché. L'uomo riprese fiato e disse: "Rido perché basta girare una frittata perché si cambi punto di vista, dimenticando il vecchio!"
Il ragazzo, confuso dalle parole enigmatiche, replicò: "Non capisco cosa intendi. Puoi spiegarti meglio?"
Il vecchio rise di nuovo. Poi aggiunse: "Vedi ragazzo, spesso qualcosa o qualcuno cambia. Da un modo di essere cambia. In meglio? In peggio? Non interessa! Ciò che conta, è che lo stato iniziale è già passato e andato nel dimenticatoio!"
Il ragazzo, ancora incerto su come interpretare le parole del vecchio, disse: "Ma a cosa ti riferisci?"
Il vecchio rise una terza volta, e, dopo essersi ripreso, rispose: "Ragazzo, non c'è bisogno che io ti spieghi oltre. Quello che hai ascoltato è solo un mio gioco, un mio vaneggiamento, un sasso in un fiume: non cambia la corrente. E' solo una sciocchezza vissuta sulla mia pelle...una sciocchezza che mi sono cercato."
Il ragazzo, ormai arreso a non capire cosa intendesse il vecchio, chiese: "E...sei pentito di questa sciocchezza?"
Il vecchio, finalmente senza ridere, fece un bel sorrriso soddisfatto, inspirò un po' d'aria fresca, e rispose: "Assolutamente no! E' stata una semplice e piacevole sciocchezza, anche se non credo che tornerà."
Il vecchio strofinò amichevolmente la testa del ragazzo, poi si alzò e se ne andò, lasciandolo solo tra i suoi dubbi, che presto dimenticò per dedicarsi a cose più importanti.